NUOVA I.R.I. PER LE IMPRESE


Il reddito d’impresa degli imprenditori persone fisiche viene assoggettato all’aliquota Iri del 24%, la stessa dell’Ires, anziché essere ricompreso nel reddito complessivo ed essere sottoposto alla progressività dell’Irpef: in questo modo l’imposta scenderà significativamente. La manovra prevede anche interventi a favore delle Partite Iva.

Il testo del Disegno di Legge presentato alla Camera:

ART. 68. – (Imposta sul reddito d’impresa e razionalizzazione dell’aiuto alla crescita economica).
LA NORMA LA RELAZIONE
 1. Al testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all’articolo 23, comma 1, lettera g), dopo le parole: « non residenti » sono aggiunte le seguenti: « , nonché quelli di cui all’articolo 55-bis, comma 1, secondo periodo»;

b) dopo l’articolo 55 è inserito il seguente:
« ART. 55-bis. – (Imposta sul reddito d’impresa) –
1. Il reddito d’impresa degli imprenditori individuali e delle società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria, determinato ai sensi del presente capo, è escluso dalla formazione del reddito complessivo e assoggettato a tassazione separata con l’aliquota prevista dall’articolo 77. Dal reddito d’impresa sono ammesse in deduzione le somme prelevate, a carico dell’utile di esercizio e delle riserve di utili, nei limiti del reddito del periodo d’imposta e dei periodi d’imposta precedenti assoggettati a tassazione separata al netto delle perdite residue computabili in diminuzione dei redditi dei periodi d’imposta successivi, a favore dell’imprenditore, dei collaboratori familiari o dei soci.
2. In deroga all’articolo 8, comma 3, le perdite maturate nei periodi d’imposta di applicazione delle disposizioni di cui al comma 1 del presente articolo sono computate in diminuzione del reddito dei periodi d’imposta successivi per l’intero importo che trova capienza in essi. Le perdite non ancora utilizzate al momento di fuoriuscita dal regime di cui al presente articolo sono computabili in diminuzione dai redditi ai sensi dell’articolo 8, comma 3, considerando l’ultimo anno di permanenza nel regime come anno di maturazione delle stesse. Nel caso di società in nome collettivo e in accomandita semplice tali perdite sono imputate a ciascun socio proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili.
3. Le somme prelevate a carico dell’utile dell’esercizio e delle riserve di utili, nei limiti del reddito dell’esercizio e dei periodi d’imposta precedenti assoggettati a tassazione separata e non ancora prelevati, a favore dell’imprenditore, dei collaboratori familiari o dei soci costituiscono reddito d’impresa e concorrono integralmente a formare il reddito complessivo dell’imprenditore, dei collaboratori familiari o dei soci.
4. Gli imprenditori e le società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria possono optare per l’applicazione delle disposizioni di cui al presente articolo. L’opzione ha durata pari a cinque periodi d’imposta, è rinnovabile e deve essere esercitata nella dichiarazione dei redditi, con effetto dal periodo d’imposta cui è riferita la dichiarazione.
5. L’applicazione del presente articolo esclude quella dell’articolo 5 limitatamente all’imputazione e alla tassazione del reddito indipendentemente dalla sua percezione.
6. Le disposizioni del presente articolo non si applicano alle somme prelevate a carico delle riserve formate con utili dei periodi d’imposta precedenti a quello dal quale ha effetto tale articolo; le riserve da cui sono prelevate le somme si considerano formate prioritariamente con utili di tali periodi d’imposta »;

c) all’articolo 116:

1) la rubrica è sostituita dalla seguente:
« Opzioni per le società a ristretta base proprietaria »;

2) dopo il comma 2 è aggiunto il seguente:
« 2-bis. In alternativa a quanto disposto dai commi 1 e 2, le società ivi previste possono esercitare l’opzione per l’applicazione del regime di cui all’articolo 55-bis. Gli utili di esercizio e le riserve di utili derivanti dalle partecipazioni nelle società che esercitano l’opzione di cui all’articolo 55-bis si considerano equiparati alle somme di cui al comma 3 dello stesso articolo ».

2. Per i soggetti che applicano le disposizioni di cui all’articolo 55-bis del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, introdotto dal presente articolo, l’ammontare del contributo annuo dovuto dai soggetti di cui all’articolo 1 della legge 2 agosto 1990, n. 233, è determinato senza tenere conto delle disposizioni di cui al citato articolo 55-bis.
3. Al testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all’articolo 84, comma 3, alinea, dopo il secondo periodo è inserito il seguente: « La limitazione si applica anche alle eccedenze oggetto di riporto in avanti di cui al comma 4 dell’articolo 96, relativamente agli interessi indeducibili, nonché a quelle di cui all’articolo 1, comma 4, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, relativamente all’aiuto alla crescita economica »;

b) all’articolo 88, comma 4-ter, il secondo periodo è sostituito dal seguente: « In caso di concordato di risanamento, di accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’articolo 182-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, ovvero di un piano attestato ai sensi dell’articolo 67, terzo comma, lettera d), del citato regio decreto n. 267 del 1942, pubblicato nel registro delle imprese, o di procedure estere a queste equivalenti, la riduzione dei debiti dell’impresa non costituisce sopravvenienza attiva per la parte che eccede le perdite, pregresse e di periodo, di cui all’articolo 84, senza considerare il limite dell’ottanta per cento, la deduzione di periodo e l’eccedenza relativa all’aiuto alla crescita economica di cui all’articolo 1, comma 4, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e gli interessi passivi e gli oneri finanziari assimilati di cui al comma 4 dell’articolo 96 del presente testo unico »;

c) all’articolo 172, comma 7, il quinto periodo è sostituito dal seguente: « Le disposizioni del presente comma si applicano anche agli interessi indeducibili oggetto di riporto in avanti di cui al comma 4 dell’articolo 96 del presente testo unico, nonché all’eccedenza relativa all’aiuto alla crescita economica di cui all’articolo 1, comma 4, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 »;

d) all’articolo 173, comma 10, dopo le parole: « Alle perdite fiscali » sono inserite le seguenti: « , agli interessi indeducibili oggetto di riporto in avanti di cui al comma 4 dell’articolo 96 del presente testo unico, nonché all’eccedenza relativa all’aiuto alla crescita economica di cui all’articolo 1,
comma 4, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 »;

e) all’articolo 181, comma 1, dopo le parole: « le perdite fiscali » sono inserite le seguenti: « , l’eccedenza di interessi indeducibili oggetto di riporto in avanti di cui al comma 4 dell’articolo 96 del presente testo unico, nonché l’eccedenza relativa all’aiuto alla crescita economica di cui all’articolo 1, comma 4, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, ».
4. All’articolo 1 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) il comma 2 è sostituito dal seguente:
« 2. Il rendimento nozionale del nuovo capitale proprio è valutato mediante applicazione dell’aliquota percentuale di cui al comma 3 alla variazione in aumento del capitale proprio rispetto a quello esistente alla chiusura dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2010 »;

b) il comma 2-bis è abrogato;

c) il comma 3 è sostituito dal seguente:
« 3. Dall’ottavo periodo d’imposta l’aliquota percentuale per il calcolo del rendimento nozionale del nuovo capitale proprio è fissata al 2,7 per cento. In via transitoria, per il primo triennio di applicazione, l’aliquota è fissata al 3 per cento; per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2014, al 31 dicembre 2015, al 31 dicembre 2016 e al 31 dicembre 2017 l’aliquota è fissata, rispettivamente, al 4 per cento, al 4,5 per cento, al 4,75 per cento e al 2,3 per cento »;

d) dopo il comma 6 è inserito il seguente:
« 6-bis. Per i soggetti diversi dalle banche e dalle imprese di assicurazione la variazione in aumento del capitale proprio non ha effetto fino a concorrenza dell’incremento delle consistenze dei titoli e valori mobiliari diversi dalle partecipazioni rispetto a quelli risultanti dal bilancio relativo all’esercizio in corso al 31 dicembre 2010 »;

e) il comma 7 è sostituito dal seguente:
« 7. Il presente articolo si applica anche al reddito d’impresa di persone fisiche, società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria ».

5. In deroga all’articolo 3 della legge 27 luglio 2000, n. 212, le disposizioni di cui al comma 4, lettere d) ed e), si applicano a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso alla data del 31 dicembre 2015.
6. Per i soggetti di cui all’articolo 1, comma 7, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, come sostituito dalla lettera e) del comma 4 del presente articolo, a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso alla data del 31 dicembre 2015, rileva, come incremento di capitale proprio, anche la differenza fra il patrimonio netto al 31 dicembre 2015 e il patrimonio netto al 31 dicembre 2010.
7. La determinazione dell’acconto dovuto ai fini dell’imposta sui redditi delle società relativo al periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2016 è effettuata considerando quale imposta del periodo precedente quella che si sarebbe determinata applicando le disposizioni di cui al comma 4.

 (Imposta sul reddito d’impresa – IRI e razionalizzazione dell’aiuto alla crescita economica– A.C.E )
Le norme di cui al comma 1 del presente articolo introducono, per imprese individuali e società di persone in regime di contabilità ordinaria, la possibilità di optare per l’imposizione proporzionale e separata del reddito d’impresa, con aliquota allineata a quella dell’IRES, prevedendo la deducibilità dalla base imponibile delle somme prelevate dall’imprenditore e dai soci di società di persone e la concorrenza di tali somme alla formazione del reddito complessivo imponibile ai fini dell’IRPEF dell’imprenditore e dei soci.
La revisione dell’imposizione sui redditi delle imprese individuali e delle società di persone in regime di contabilità ordinaria, con l’introduzione di una tassazione proporzionale sul reddito d’impresa, va invece nella direzione dell’uniformità di trattamento con le società di capitali, rendendo più neutrale il sistema tributario rispetto alla forma giuridica; inoltre, si favorisce la patrimonializzazione delle piccole imprese, in continuità con la normativa sull’aiuto alla crescita economica (ACE).
In particolare, l’articolo prevede l’inserimento nel testo unico delle imposte sui redditi di una nuova disciplina concernente la tassazione proporzionale del reddito d’impresa per società di persone e imprese individuali.
Previa opzione, il reddito d’impresa di tali soggetti non concorre più, ai fini IRPEF, alla formazione del reddito complessivo ma è assoggettato a tassazione separata con applicazione della medesima aliquota prevista ai fini IRES, mentre le somme che l’imprenditore (o i soci della società di persone) ritrae dall’impresa vengono tassate, ai fini IRPEF, come reddito ordinario soggetto alla progressività propria di questo tributo. Al contempo, tali somme sono deducibili dal reddito d’impresa.
In sintesi, il nuovo sistema intende perseguire i seguenti effetti:
1) tassare alla medesima aliquota tutte le forme d’impresa, indipendentemente dalla natura giuridica assunta;
2) il reddito non distribuito è tassato sempre all’aliquota dell’imposta sulle società, che è generalmente inferiore all’aliquota marginale massima dell’imposta personale dell’imprenditore o dei soci;
3) considera l’impresa come “separata” dall’imprenditore ed evidenzia il contributo lavorativo che quest’ultimo vi apporta;
4) scindendo il reddito dell’impresa da quello dell’imprenditore diviene possibile sgravare in modo sostanziale e percepibile il reddito reinvestito nell’impresa e mantenere una tassazione analoga a quella degli altri redditi da lavoro (dipendente o da pensione) sulla parte di reddito che l’imprenditore ritrae dall’azienda per soddisfare i propri bisogni; in sostanza, mentre si mantiene un’equità orizzontale ai fini IRPEF sui redditi personali dei diversi tipi di lavoro (dipendente, autonomo, imprenditoriale), si riconosce, concedendo un carico fiscale ridotto, l’utilità sociale della patrimonializzazione e dell’investimento nell’azienda;
5) la tassazione del reddito d’impresa dei soggetti IRPEF, sia essa ad aliquota proporzionale IRI sia essa ad aliquota marginale IRPEF, resta idealmente riferibile in capo all’imprenditore ovvero ai soci in ragione della quota di partecipazione agli utili anche se versata dall’impresa o dalla società;
6) risultano deducibili dal reddito d’impresa le somme prelevate dall’imprenditore nei limiti dell’utile di esercizio e delle riserve di utili assoggettate a tassazione sostitutiva negli anni precedenti. In sostanza l’IRI è pagata sul reddito d’impresa che tiene conto delle variazioni fiscali, come pure le somme prelevabili e deducibili sono a carico dell’utile e delle riserve nei limiti del reddito dell’esercizio e dei redditi dei periodi
d’imposta precedenti assoggettati a tassazione separata.
Valga il seguente esempio:
Reddito d’impresa prodotto nell’anno n 100, con prelevamento di 40.
Nell’anno (n+1) l’impresa produce nuovamente un reddito di 100 e vengono effettuati prelevamenti per 60.
Nell’anno (n+2), l’impresa produce un reddito pari a 20 e vengono effettuati prelevamenti di 50.
Nell’anno (n+3) l’impresa produce un reddito di 170 e vengono effettuati prelevamenti per 40.
Alla fine del quarto anno risulta che il reddito tassato ai fini IRI è pari a 200, ossia l’ammontare di reddito prodotto e non prelevato, mentre la parte rimanente dei redditi complessivamente prodotti dall’impresa nel
quadriennio, pari a 190 euro, è tassata ai fini IRPEF.(VEDI TABELLA IN FONDO ALL’ARTICOLO – ndr)

Da quanto sin qui descritto, è evidente che nel nuovo regime dell’IRI, l’ammontare dell’utile di esercizio e delle riserve di utili costituisce meramente il limite massimo di prelevamenti possibili; prelevamenti che, peraltro, potranno essere effettuati soltanto nei limiti dei redditi già assoggettati a tassazione separata. In altre parole, i prelievi di utili o di riserve di utili assumeranno rilevanza fiscale ai fini della deducibilità in capo alla società/impresa individuale ovvero di tassazione ai fini IRPEF per soci, titolare e collaboratori nei limiti del reddito d’esercizio o dei redditi di esercizi precedenti che hanno già scontato la tassazione separata. Al contempo, i redditi d’impresa eccedenti la misura dell’utile d’esercizio in modo definitivo restano assoggettati esclusivamente ad IRI, dal momento che non potranno essere oggetto di prelevamento, analogamente a quanto avviene con riferimento alla tassazione IRES.
Ai fini della determinazione del limite di deducibilità delle somme prelevate, il reddito d’esercizio, o di esercizi precedenti, va considerato al netto delle perdite IRI riportabili sia se queste sono dovute a eccedenze
di somme prelevate in altro periodo rispetto agli utili realizzati nello stesso periodo che trovano capienza negli utili conseguiti in esercizi precedenti sia se sono state conseguite nell’ordinaria attività.Valgano i seguenti esempi: (** VEDI SOTTO)

7) la revisione agisce in continuità con l’ACE in quanto favorisce la patrimonializzazione delle imprese poiché scindendo il reddito dell’impresa da quello dell’imprenditore diviene, in sostanza, possibile ridurre il carico fiscale sul reddito non distribuito dall’impresa (che, quindi, resta all’interno della stessa) e mantenere una tassazione analoga a quella degli altri redditi da lavoro sulla parte di reddito che l’imprenditore, o il socio, riceve dall’azienda.
Il comma 1 del nuovo articolo 55-bis del TUIR, introdotto dalla lettera b) del comma 1, individua i soggetti beneficiari del regime IRI negli imprenditori individuali e nelle società di persone commerciali (s.n.c. e s.a.s.), in contabilità ordinaria che hanno optato per l’applicazione di tale regime. Il reddito è determinato in base alle ordinarie regole di determinazione del reddito di impresa previste dal capo VI del TUIR ed è diminuito dei compensi prelevati a carico dell’utile dell’esercizio o dell’utile riportato a nuovo dall’imprenditore o dai collaboratori familiari (o dai soci) nei limiti del reddito dell’esercizio e dei redditi dei periodi d’imposta precedenti assoggettati a tassazione separata e non ancora prelevati.
Il comma 2 dell’art. 55-bis disciplina la possibilità di riportare in avanti le perdite, senza limiti temporali, al fine di utilizzarle in compensazione dei redditi dei periodi di imposta successivi per l’intero importo che trova capienza in ciascuno di essi. Inoltre, è disciplinato il trattamento delle perdite maturate dalla società e non ancora utilizzate al momento di fuoriuscita dal regime dell’IRI.
Il comma 3 dell’art. 55-bis disciplina le modalità di imposizione dei compensi prelevati, a carico dell’utile dell’esercizio e delle riserve, dall’imprenditore o dai collaboratori familiari o dai soci, stabilendo che gli
stessi concorrono a formare il reddito imponibile in capo al percettore come reddito di impresa.
Il comma 4 dell’art. 55-bis consente di optare per il regime IRI agli imprenditori individuali e le società di persone commerciali (s.n.c. e s.a.s.), in contabilità ordinaria. Il regime è, quindi, fruibile da tutti i soggetti IRPEF che svolgono attività di impresa a prescindere da qualsivoglia parametro dimensionale e, quindi, anche da soggetti che, per natura, sono ammessi al regime di contabilità semplificata. La disposizione prevede che l’esercizio di opzione per il regime IRI è effettuata dall’imprenditore e dalla società di persone nella dichiarazione dei redditi ed ha effetto dal periodo di imposta cui è riferita la dichiarazione. L’opzione ha durata pari a cinque periodi di imposta ed è rinnovabile.
Il comma 5 dell’art. 55-bis prevede che, nel regime IRI, non trova applicazione l’imputazione per trasparenza dei redditi in capo ai soci, prevista dall’articolo 5, in quanto l’imposta sui redditi d’impresa è a carico della società di persone. Di conseguenza, non trova altresì applicazione l’art. 68, comma 6, quinto periodo, del tuir essendo un criterio di determinazione del costo fiscale della partecipazione in società di persone connesso al regime di imputazione per trasparenza. Resta ferma l’applicazione della presunzione di proporzionalità ai conferimenti eseguiti previsto dall’articolo 5 del TUIR per la concorrenza del reddito
d’impresa prodotto dalla società in capo ai soci. Il comma 6 dell’art. 55-bis regola la distribuzione delle riserve pregresse di utili successivamente all’ingresso nel regime IRI. All’uopo, si è garantita l’irrilevanza reddituale delle somme prelevate dall’imprenditore o socio a carico di riserve costituite da utili già tassati per trasparenza “fuori dal regime IRI”, stabilendo, contestualmente, una presunzione per cui si considerano distribuite prima le riserve formate antecedentemente l’ingresso nel regime.
Ai fini di coordinamento, la lettera a) del comma 1 è volta a includere tra le fattispecie reddituali imponibili per i soggetti non residenti i compensi erogati ai soci di società di persone commerciali ai sensi dell’articolo 55-bis, all’uopo integrando l’articolo 23 del testo unico delle imposte sui redditi.
La lettera c) del comma 1 dello schema normativo, in coerenza con l’introduzione nel sistema tributario della disciplina IRI, riscrive l’articolo 116 del testo unico che consente l’opzione per la trasparenza fiscale per le
società a ristretta base societaria, prevedendo la possibilità per le società a responsabilità limitata il cui volume di ricavi non supera le soglie previste per l’applicazione degli studi di settore e con una compagine sociale composta esclusivamente da persone fisiche in numero non superiore a 10 o a 20 nel caso di società cooperativa, di optare per il regime IRI. La scelta è volta ad evitare la disparità di trattamento che si sarebbe verificata tra le società di persone commerciali in contabilità ordinaria e quelle società di capitali che proprio in virtù della composizione della base societaria – formata unicamente da un numero limitato di persone fisiche – e dei limiti dimensionali dell’attività esercitata, si trovano in una situazione fattuale analoga. In particolare, nel comma 3 del nuovo articolo 116, nel consentire l’opzione per il regime IRI alle società di capitali a ristretta base societaria, si prevede l’applicazione per queste ultime delle regole di determinazione del reddito ai fini IRPEF. Nel secondo periodo del medesimo comma si chiarisce che gli utili derivanti dalla partecipazioni in detti soggetti sono trattati alla stregua dei compensi previsti dal comma 2 dell’articolo 55-bis e, quindi, perdono la natura di redditi di capitali ma concorrono alla formazione del reddito del percettore quale reddito d’impresa. A ciò consegue la non applicazione delle ritenute d’acconto previste dagli articoli 26 e ss. dal decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600.
I commi da 3 a 7 apportano alcune modifiche alla disciplina agevolativa dell’ACE sia a fini di razionalizzazione del sistema sia per adeguarla ulteriormente al mutato assetto delle condizioni di mercato.
In particolare, con le previsioni del comma 3 si estendono anche all’eccedenza ACE (e, in taluni casi, anche all’eccedenza di interessi passivi, laddove non già previsto) le medesime limitazioni vigenti nel sistema del reddito di impresa per il riporto delle perdite fiscali nei successivi periodi d’imposta in casi di presunto “commercio di bare fiscali”, realizzabile attraverso operazioni straordinarie. Con l’occasione viene anche modificata la previsione dell’articolo 181, comma 1, estendendo le consuete limitazioni al riporto delle perdite anche all’eccedenza di interessi passivi indeducibili oggetto di riporto in avanti, nonché all’eccedenza ACE nel caso di operazioni di fusioni o scissione transfrontaliere. In quanto sistematicamente desumibile già sulla base di considerazioni sistematiche, invece, non si è ritenuto necessario specificare espressamente nella norma che in tali ultime operazioni il criterio proporzionale di cui all’art. 181 TUIR vale anche per determinare la variazione del capitale proprio (cd. base ACE) che conserva una connotazione “territoriale” successivamente alla data di efficacia della operazione transfrontaliera rispetto alla componente che deve considerarsi “extra-territoriale” a partire da tale data. Viene altresì introdotta una norma di coordinamento per innalzare il livello oltre il quale la riduzione dei debiti dell’impresa non costituisce sopravvenienza attiva nei casi di concordato di risanamento, di accordo di ristrutturazione o piano attestato o di procedure estere equivalenti; al precedente limite costituito dalle perdite, pregresse e di periodo, di cui all’articolo 84 del T.U.I.R. e dagli interessi passivi e oneri finanziari assimilati di cui al comma 4 dell’articolo 96, vengono ora aggiunte anche le deduzioni della variazione ACE e le eccedenze ACE riportabili in avanti.
Tra le modifiche volte alla razionalizzazione della disciplina ACE va segnalato che le norme prevedono che il beneficio si applichi per i soggetti IRPEF con le modalità ordinarie previste per i soggetti IRES (lettera e) del comma 4). Tale previsione è volta a calcolare il beneficio ACE per i soggetti IRPEF secondo il criterio “incrementale” che misura gli incrementi e decrementi di capitale proprio tipico dei soggetti IRES in luogo di quello finora adottato e riservato ai soggetti IRPEF per i quali rilevava l’intero patrimonio netto risultante al termine di ciascun esercizio. Per le imprese individuali e le società di persone in contabilità ordinaria che nel 2016 applicheranno il nuovo criterio è riconosciuta ai fini dell’ACE “di partenza” la differenza tra il patrimonio netto al 31 dicembre 2015 e il patrimonio netto al 31 dicembre 2010 – in luogo degli incrementi e decrementi di capitale proprio realizzati dall’esercizio 2011 da computarsi, in linea “teorica” nel nuovo assetto, analiticamente.
Ovviamente, se i soggetti interessati sono stati in regime di contabilità semplificata in anni successivi al 2010, la differenza andrà calcolata tra il patrimonio netto al 31 dicembre 2015 e il patrimonio netto dell’esercizio in cui è avvenuto il passaggio al regime di contabilità ordinaria. La norma si applica “a regime”, anche per gli anni successivi al 2016 (in tal senso è il comma 6). Inoltre, con la lettera b) viene disposta la formale soppressione del c.d. regime di super-ACE rivolto alle società quotate, regime che non ha avuto concreta esecuzione;
Con le lettere a) e c), del comma 4 al fine di tener conto del corrente andamento dei tassi di interesse, si prevede la modifica della misura dell’aliquota da applicare alla variazione in aumento del capitale netto per la valutazione del rendimento nozionale. Tale aliquota viene stabilita normativamente, a partire dal primo periodo d’imposta successivo al periodo transitorio (periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2018), nella misura del 2,7 per cento mentre per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2017 la predetta misura è fissata al 2,3 per cento.
Inoltre, per stimolare la capitalizzazione finalizzata agli investimenti produttivi o alla riduzione del debito, si è ritenuto di reintrodurre (il nuovo comma 6-bis dell’articolo 1 del D.L. 201/2011, inserito dalla lettera d) del comma 4) la disposizione già esistente nell’ambito della disciplina della cd. dual income tax (DIT) di cui l’ACE ne ricalca i tratti principali, sterilizzando la variazione in aumento del capitale proprio fino a concorrenza dell’incremento delle consistenze dei titoli e valori mobiliari diversi dalle partecipazioni rispetto a quelli risultanti dal bilancio relativo all’esercizio in corso al 31 dicembre 2010. Anche in questo caso, come, peraltro, già previsto in tema di DIT, tale disposizione limitativa non è applicabile, per ovvi motivi, alle banche e alle imprese di assicurazione.
Le disposizioni introdotte con il comma 4, lettere d) ed e) si applicano a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2015.
Con il comma 7 si prevedono disposizioni specifiche per il calcolo dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2016.

Anno reddito prodotto Somme prelevate tassate ad IRPEF Reddito tassato IRI Perdite IRI riportabili
n 100 40 60
n+1 100 60 40
n+2 20 50 0 30
n+3 170 40 100 0
TOTALE 390 190 200 0

 

1. Somme prelevate eccedenti il reddito di periodo Reddito d’impresa prodotto nell’anno n 100, con prelevamento di 40.
Nell’anno (n+1) l’impresa produce nuovamente un reddito di 100 e vengono effettuati prelevamenti per 60.
Nell’anno (n+2), l’impresa produce un reddito pari a 20 e vengono effettuati prelevamenti di 50.
Nell’anno (n+3) l’impresa produce un reddito di 170 e vengono effettuati prelevamenti per 40.

iri_tabella1

Al periodo n+2 matura una perdita di periodo pari a 30, dovuta a un eccesso di utili prelevati rispetto al reddito di periodo. Tale perdita riduce a 70 il plafond di reddito tassato ai fini IRI.
Nel periodo n+3, il reddito prodotto di 170 è ridotto di 40, per somme prelevate, e di 30 per effetto del riporto della perdita pregressa; di conseguenza, il reddito del periodo che è assoggettato all’aliquota IRI è pari a 100. Il plafond IRI al periodo n+3 aumenta a 170.
Alla fine del suddetto periodo risulta che il reddito tassato ai fini IRI è pari a 200 con un plafond residuo di 170, ossia l’ammontare di reddito prodotto e non prelevato come utile, mentre la parte rimanente del reddito complessivamente prodotto dall’impresa nel quadriennio, pari a 190 euro, risulta tassata in capo al socio/imprenditore ai fini IRPEF.
In sostanza, come si evince dall’esempio e dalle ultime tre colonne il plafond IRI corrisponde sempre alla differenza tra reddito prodotto complessivo e somme prelevate complessivamente se e solo se ai fini della determinazione del limite del reddito di periodo e dei periodi d’imposta precedenti assoggettati a tassazione separata si tiene conto anche delle perdite di periodo.
2. Presenza di perdite di gestione 
Reddito d’impresa prodotto nell’anno n 100, con prelevamento di 40.
Nell’anno (n+1) l’impresa produce nuovamente un reddito di 100 e vengono effettuati prelevamenti per 60.
Nell’anno (n+2), l’impresa produce una perdita pari a 20 e vengono effettuati prelevamenti di 50.
Nell’anno (n+3) l’impresa produce un reddito di 30 e vengono effettuati prelevamenti per 40.

iri_tabella2

Al periodo n+2 matura una perdita complessiva pari a 70, dovuta a perdita ordinaria di gestione per 20 ed a perdita per utili prelevati in eccedenza per 50. La perdita complessiva riduce il plafond di reddito tassato IRI ai fini del prelievo di utili in futuro. Nel periodo n+3 il prelievo di 40 sarà effettuato per 30 nei limiti del reddito di periodo e per i restanti 10 nel limite del plafond disponibile rappresentato dal reddito IRI che scende a 20.


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