MANOVRA di FERRAGOSTO: SU UN REDDITO DI 100 MILA EURO MENO DI UN CAFFE’ AL GIORNO


E’ già polemica sul contributo di solidarietà sulla parte di reddito eccedente i 90.000 euro , istituito dal “decreto di ferragosto”. Si sostiene che l’aliquota è troppo elevata e che la misura avrebbe effetti repressivi sui consumi. Autorevoli pareri sarebbero favorevoli a sostituire questa misura con l’aumento di 1 punto percentuale dell’IVA.

Ma di quali cifre stiamo parlando?

Una proiezione del Sole 24 Ore dimostra (come se ce ne fosse bisogno) che il contributo, al netto della sua deducibilità ai fini delle imposte dirette, incide sui redditi da 100mila per circa 280,00 euro l’anno (meno di un caffè al giorno). L’imposta cresce poi in maniera moderatamente progressiva fino ad incidere per circa 26.000,00 euro su redditi da 1 milione.

Su un reddito da 100 mila euro questo ulteriore balzello incide quindi effettivamente per lo 0,28%.

Ipotizziamo adesso un soggetto con reddito pari a 25.000 euro che, per il sostentamento della propria famiglia spenda in consumi primari (alimenti, abbigliamento, bollette, scuola, etc.) mediamente la cifra di 1.500 euro al mese; l’aumento di 1 punto dell’IVA gli comporterebbe un’aggravio di spesa pari a 180 euro l’anno (con un’incidenza sul reddito pari allo 0,72%). Le scienze economiche (ma soprattutto l’esperienza di chi fa fatica ad arrivare a fine mese) ci insegnano che l’utilità marginale di 180 euro per un soggetto con un reddito di 25.000 è sicuramente superiore a quella di 280 per chi guadagna 4 volte di più.

Altri benpensanti, con critiche per la verità più sofisticate, sostengono che questa misura non colpisce la ricchezza “vera”: ne sarebbero esenti i grandi patrimoni immobiliari (agevolati dalla cedolare secca sugli affitti) e le rendite finanziarie che non confluiscono nel reddito complessivo. Vero. Ma ciò dipende da una pre-esistente distorsione del sistema, indipendentemente dal nuovo balzello.

Infine, la considerazione più ovvia, banale e retorica: gli “autonomi” sfuggono facilmente al prelievo, in quanto evasori per definizione nell’immaginario collettivo. Chi fa propria questa opinione è quindi tentato di fissare differenti soglie di prelievo (più bassa per gli autonomi “evasori”, più alta per i “tartassati” dipendenti). In effetti la prima bozza della norma che era circolata così prevedeva, ma poi quest’idea non è (fortunatamente) approdata nel testo ufficiale per evidenti profili di incostituzionalità. Ma è comunque preoccupante il fatto che qualcuno pensi di combattere l’evasione prevedendo un’imposizione che si basi su “due pesi e due misure”; questo sì che avrebbe doppiamente penalizzato i contribuenti che dichiarano onestamente (tra i quali mi onoro di annoverarmi). Ai maggiori controlli il compito di stanare e colpire l’evasione, al legislatore quello di scrivere norme eque rispetto all’impianto teorico del sistema fiscale.

E, tutto sommato, il reddito risulta un adeguato parametro oggettivo di misurazione della capacità contributiva. Si è scelto di far pagare di più a chi più guadagna: è giusto così.

Sono certo che molti lavoratori autonomi, artigiani, commercianti e professionisti sarebbero ben felici di trovarsi nella condizione di dover pagare!!